9. Vashlovani - parte 2
- Gabriele Canella
- 20 feb 2023
- Tempo di lettura: 7 min
Georg e Abram, prima di andare a letto, mi hanno praticamente programmato la giornata. Siamo d'accordo per fare colazione alle 8, dopodiché darò loro un passaggio per una decina di chilometri, così che possano controllare un'area più distante. Il loro pick up è fuori uso e devono attendere il giorno del cambio di turno per avere i pezzi da sostituire.


Ovviamente acconsento a dare il passaggio, voglio andare proprio in quella direzione. Georg carica la pistola - la sera prima era dunque scarica - e prende anche il vecchio fucile. Come promesso, mi fanno fare una deviazione per arrivare ad un punto panoramico. Salendo sulla stradina, da dietro a dei cespugli compare una colonia di coturnici, direi una decina di esemplari, che senza alzare il volo scappa via nel fitto dei cespugli. Prontamente i rangers si appuntano su un'app dello smartphone l'avvistamento, con geolocalizzazione e una foto del luogo. Arrivati in cima, la vista è strepitosa: da un lato la morbidezza delle colline, dall'altra forre e calanchi affilati.


Su un ghiaione, sotto la cresta, scorgiamo delle impronte. Abram scende a controllare. Impronte di cinghiali. In questo parco sono state reintrodotte gazzelle, ci sono orsi, linci, lupi, sciacalli, cervi, è stato fototrappolato un leopardo e tempo fa sono stati trovati indizi di presenza di iene. E troviamo le piste di quali animali? Dei cinghiali.


Ritorniamo nella valle e passiamo accanto a delle fattorie, in pratica delle malghe utilizzate d'inverno. Infatti d'estate tutte le greggi e le mandrie che sono qui si trasferiranno sui pascoli di montagna, nel Tusheti, una regione sperduta e inaccessibile per mesi. In questa zona è tutto molto arido, non tanto per una questione climatica, ma per l'eccesso di pascolamento. Faccio questa osservazione ai rangers e confermano il mio dubbio. Mi dicono che dovrebbero tenere quattro capi per ettaro, invece pascolano quindici. Georg mi dice che il problema principale del parco è il rapporto con gli allevatori.


Non rispettano le regole, non tutti hanno cani da protezione per i lupi e chi li ha non li controlla e sono pericolosi per i turisti e gli stessi rangers, lasciano immondizie dappertutto - infatti attorno alle fattorie c'è uno schifo - e ogni quindici giorni tocca proprio a loro riempire sacchi di plastica. Anche con sanzioni e minacce non cambia nulla. Mi raccontano che ormai lì non ci sono più georgiani, sono tutti allevatori azeri che hanno comprato le terre. Alcuni sono socievoli, altri no, in quanto secondo loro i musulmani mal digeriscono i cristiani. Poche settimane fa dei cani hanno aggredito un ranger che è finito all'ospedale e i pastori non hanno mosso un dito. In maggio e fino a ottobre greggi, mandrie, pastori e cani non ci sono, quindi è più sicuro camminare o andare in mountain bike. Ogni volta che con l'auto passo accanto a un gregge, decine di cani mi attaccano, ringhiano e cercano di mordere. Non oserei immaginare in bici.
In fondo alla valle i due guardiaparco sono giunti a destinazione, ci salutiamo e ringraziamo a vicenda. Sono diretti verso la casa di sorveglianza di un collega e poi torneranno a piedi alla loro stazione. Io proseguo su una strada sempre più tortuosa.


Prima di superare un guado, mi si parano davanti due militari armati di tutto punto. Sono arrivato a un checkpoint della polizia di frontiera. Salutano gentilmente e mi chiedono tutti i documenti preparati il giorno precedente. Mentre attendo, noto che ci sono almeno altri tre militari che stanno svolgendo faccende attorno a un container - la loro abitazione - con un'antenna e una grande bandiera della Georgia. C'è chi spacca legna, chi si fa la barba con un lavandino fatto con una tanica appesa a un albero. Possibile che alla polizia non riescano a dare una sistemazione decente? Noto che non c'è nessun veicolo. Non si può certo contare su di loro in caso di necessità.
Salutati i militari, mi avvio su una stradina bella tosta e dopo poco mi trovo in uno dei luoghi più potenti che abbia mai visto in vita mia. Fermo il fuoristrada e rimango un'oretta a contemplare quella meraviglia.

Anche qui nessuna foto può rendere l'impatto di tale esperienza. Un silenzio, un profumo, dei colori. Sono circondato da delle formazioni d'argilla spaventosamente taglienti e incazzose e più in lontananza spuntano i monti azeri innevati. La vegetazione testimonia l'aridità della terra. Qui d'estate la temperatura supera di parecchio i 40 gradi. Ora siamo qualche grado sotto zero.

Mi rimetto alla guida, mi aspettano ancora una dozzina di chilometri per arrivare a destinazione, in pratica un'ora abbondante. La strada a questo punto si fa molto molto complicata. Il Subaru si comporta egregiamente con tutti i sui sistemi di trazione e di controllo della velocità in discesa e anche dove sembra essere impossibile passare riesco ad avanzare. Anche volessi accostare l'auto e proseguire a piedi, sarebbe impossibile, non c'è posto per girarsi. Cerco di non pensare a cosa potrebbe succedere - forare, essere centrato da una pietra, rimanere incastrato in una frana di argilla - visto che tanto non verrebbe nessuno ad aiutarmi. Anche se non prende il telefono, ho sempre con me un comunicatore satellitare collegato a una centrale operativa d'emergenza. Spero di non doverlo usare qui.
Raggiungo il punto più estremo della Georgia, sono sulla punta incastonata nel territorio azero. Qui un grande cartello invita a fermarsi presso un altro container, questa volta supportato da una baracca di legno. Vengo accerchiato da cinque militari e un ranger, per il solito controllo dei documenti. Mi raccomandano di non fotografare quell'area, almeno fin dietro la montagnola. Lascio l'auto e mi incammino oltre. Faccio un'escursione a piedi di una quindicina di chilometri lungo il fiume Alazani il quale segna il confine tra Georgia e Azerbaigian. Anche se vedo qualche cavallo pascolare, ho una vera sensazione di natura selvaggia. Sono l'unico turista nell'arco di 60 chilometri, uno dei pochi umani. Il fiume mi regala pace, quiete, libertà. I pensieri si disperdono nel vento.

Ho il tempo per ripensare a questo viaggio. Doveva essere una traversata con gli sci, pianificata da anni, invece è stata un'esperienza improvvisata giorno dopo giorno. Mi sono lasciato trascinare dagli eventi, dalle persone. Ogni volta che mi ha fermato una persona e mi ha invitato con gentilezza a mangiare o bere o fare un'escursione ho accettato, consapevole che quella sarebbe stata un'esperienza ricca ed unica. Sciare è un gesto tecnico e si può ripetere, con più o meno godimento, ovunque più o meno nella stessa maniera. Ero partito avendo lo sci come fine e invece mi è apparso per quello che è: un mezzo, il più bel mezzo di trasporto che esista. Incontrare sorrisi, sguardi perplessi, paesaggi mozzafiato scivolando sulla neve è stato grandioso. Me ne sono fregato dei condizionamenti della nostra società che ci impone di darci degli obiettivi e di raggiungerli. Mi rendo conto di avere solamente un obiettivo: scoprire il mondo con curiosità e rispetto.

Torno all'auto di fronte alla baracca di polizia. Un militare, con lo sguardo severo, mi fa cenno di seguirlo sull'altro lato dell'auto e mi mostra una macchia rosso scuro sulla portiera. "Cos'è questo?" mi chiede in russo. Lo sa benissimo cos'è. "Oh cazzo" penso. Non so come dire sangue, ma capisce che ho capito. Mi viene subito in mente cosa potrebbe essere stato. Mi dice che secondo lui ho investito un orso o un altro animale. "Sabaki!" - cani! - rispondo in russo. Imito con le mani un cane incazzoso che prova a mordere la portiera. In effetti durante un attacco di cani, uno ha dato una bella botta. C'è anche del pelo. "Ia nie znaiu, no ia dumaiu sabaki!" - non lo so, ma penso cani - dico mortificato. "Può essere" risponde. Mi si avvicinano anche gli altri poliziotti di frontiera, questa volta per offrirmi un caffè. Accetto, mi fanno sedere su uno sgabello, uno mi porge una merendina al cioccolato e ci mettiamo seduti in cerchio. Cominciano a farmi le solite domande - da dove vieni, quanti anni hai, sei sposato (come no alla tua età?!), che lavoro fai, quanto guadagni - e mi raccontano un po' di loro. Anch'essi possono tornare ogni dieci giorni per una settimana. Anch'essi non hanno alcun veicolo, solo un paio di cavalli (che sono comunque più rapidi di un fuoristrada, su questi terreni).

Pensano che voglia fermarmi nell'area campeggio lì vicina, ma dico che sono costretto a tornare indietro, almeno per avvicinarmi a Tbilisi, visto che mi rimangono due giorni e nove ore di viaggio, se trovo le stesse condizioni dell'andata. Secondo loro è una pessima idea, poiché a loro avviso sta per piovere e quasi tutta la strada passa nel greto del torrente. Mi mettono un po' di agitazione ma saluto e mi avvio. Nel dubbio utilizzo il satellitare per vedere le previsioni: 0% di probabilità di pioggia.
Lungo la strada di ritorno passo davanti alla terza stazione dei rangers. Un uomo si getta fuori e si sbraccia per fermarmi. È Georg. Mi invita ad entrare cinque minuti per un boccone e un brindisi. Al tavolo ci sono Abram, un giovane pastore e il guardiaparco padrone di casa, di cui non ricordo il nome. Mi fanno sedere e in un piatto mi mettono rape rosse e qualcosa che poteva essere pelle di maiale o forse un qualche tipo di interiora, dall'aspetto orribile. Assaggio, nulla di che. Ovviamente facciamo un paio di brindisi all'amicizia e in memoria dei morti (per questo tipo di brindisi ci si alza in piedi).
Poi Abram e Georg raccolgono le loro cose, salutano e mi dicono che possiamo andare. In pratica loro in tutto il giorno - a quel punto saranno state le 15 circa - avevano percorso un paio di chilometri a piedi e poi si erano piazzati a mangiare e bere dal collega. E ora mi stavano "chiedendo" un passaggio! La deviazione che devo fare per accompagnarli non è lunghissima, non intendo nemmeno controbattere vista l'ospitalità gratuita alla loro stazione. Ci risalutiamo e mi avvio in direzione Tbilisi, ho intenzione di portarmi più a ovest possibile la sera stessa. Mi fermo un istante per cercare su internet una guesthouse per la notte e trovo un posto a Sagarejo, a un'ora dalla capitale.

Faccio molta fatica a trovarlo - fuori dalla porta non c'è scritto niente - ma mi accolgono due anziani signori che parlano russo, in una casa antica e molto bella. Sembra una casa aristocratica di inizio Novecento, l'arredamento è quello, comunque molto accogliente. Solo il bagno all'esterno è freddo e un po' sporco, ma me lo faccio andare bene. Il mattino non vorrei fare colazione, ma mi invitano a bere un tè, tirano fuori dal frigo del bollito e del burro - per fortuna anche dei biscotti - e ci fermiamo a conversare. Ormai alle solite domande so rispondere in russo. La signora mi dice che alla mia età sono vecchio e dovrei già avere figli. Loro due di anni ne hanno 84 e 91. Complimenti.
Prossima destinazione? Boh!

Wowww, che viaggio!