Felci d'autunno
- Gabriele Canella
- 4 nov 2022
- Tempo di lettura: 2 min
Antiche piante senza fiori, frutti né semi. La loro eleganza si pone tra ordinate geometrie e i caotici capricci del sottobosco.

Le Pteridofite - questo è il raggruppamento tassonomico di cui fanno parte le felci e gli equiseti - sono piante che hanno origini antichissime. Sono comparse sulla Terra circa 400 milioni di anni fa, nel Devoniano inferiore.
Sono amanti degli ambienti umidi e possiamo trovarle in bosco e ai margini dei pascoli. Le foglie, dette fronde, occultano ai nostri occhi tutto ciò che rimane sotto. Vincono spesso la gara a chi riesce a catturare un po' di luce anche nel fitto delle selve.

Si riproducono tramite spore, che si trovano nella parte inferiore delle fronde. Dalla radice si erge il rizoma, il fusto principale dal quale si dipartono le fronde stesse.
Camminavo in una zona piuttosto umida - un versante affacciato a nord - nella salita dal Fontanino di Celentino su fino alla Val Montozzo, tra i 1700 e i 2000 metri, con un occhio sempre sul meraviglioso riflesso del Lago di Pia Palù. Era ottobre, i larici in alto erano arancioni, scendendo di quota viravano al giallo e man mano che ci si abbassava i loro rami sfoggiavano innumerevoli tonalità di verde. Le bacche rosso acceso del sorbo degli uccellatori penzolavano su rami spogli e un po' tetri. Era una festa di colori, eppure quel giorno la mia attenzione era caduta in particolare sulle felci.

Le geometrie e i colori avevano un effetto ipnotico. Fermarsi ad osservare le fronde divenne una sorta di immersione nell'essenza del sottobosco, un viaggio nel tempo, quando le felci erano le regine del mondo vegetale, tra le pioniere di una nuova epoca tra i viventi. Erano cibo per i dinosauri e ora c'ero io ad osservarle.

Ho preso la macchina fotografica e ho provato a raccogliere la bellezza di quella situazione lussureggiante. Ho provato a farle risaltare e a volte ad esasperare la forza dei colori, per farle emergere dallo sfondo già di per sé magnifico. Perché quelle felci andavano onorate, esaltate, festeggiate per la piacevolezza che mi avevano trasmesso. C'erano tonalità di arancione, di giallo, di verde, di magenta.

Le felci infatti erano pronte ad arrendersi al freddo. La clorofilla non serviva più. Non serviva più rimanere slanciate verso l'alto, cercare la luce, imporsi sulle altre piante. Era ora di ritirarsi, di lasciarsi andare. Ma non di colpo. Poco alla volta, lasciando il posto al marrone della marcescenza.
Ho voluto saturare un po' il loro tentativo di sentirsi regine fino alla fine, anche a costo di creare effetti cromatici surreali.

Tutto intorno era magnifico, ma più le fissavo e più rimanevo attratto dalle loro foglie composte e dalle sfumature scivolavano nel sottobosco. Ho pensato alla rapidità con cui compaiono la primavera, srotolandosi come uno yo-yo al contrario, e alla lentezza con cui scompaiono fino a diventare humus informe.

Il mio solito invito è quello di mettersi in ginocchio, avvicinarsi al suolo e alle forme di vita e osservarle. Osservarle nascere, osservarle vivere, osservarle morire, per comprendere qualcosa di più anche su noi stessi.

Foto stupende! Bravo!